PROGETTO MEMORY

Memory è un progetto di ricerca per favorire il coinvolgimento attivo e
consapevole della persona sul funzionamento della propria memoria e come
questo cambia con il passare del tempo. Ecco che all’interno del tablet lei potrà
fare un breve percorso relativo alle caratteristiche della memoria umana, per
poi eventualmente discuterne con il suo medico di famiglia o con uno specialista
neurologo.
Need Institute è una Fondazione no profit. Il nostro obiettivo è favorire il
benessere delle persone con disturbi neurologici.
Desideriamo portare alla sua attenzione l’importanza della prevenzione delle
malattie che potrebbero coinvolgere la memoria, per questo abbiamo creato
Memory.
Memory è un progetto di ricerca per favorire il coinvolgimento attivo e consapevole della persona sul funzionamento della propria memoria e come questo cambia con il passare del tempo. Ecco che all’interno del tablet lei potrà fare un breve percorso relativo alle caratteristiche della memoria umana, per poi eventualmente discuterne con il suo medico di famiglia o con uno specialista neurologo.
Need Institute è una Fondazione no profit. Il nostro obiettivo è favorire il benessere delle persone con disturbi neurologici. Desideriamo portare alla sua attenzione l’importanza della prevenzione delle malattie che potrebbero coinvolgere la memoria, per questo abbiamo creato Memory.

UN PROGETTO DI RICERCA PER PREVENIRE
E COMBATTERE LA PERDITA DI MEMORIA

FINALITÀ

La memoria è una funzione del nostro cervello che ci permette di ricordare fatti, eventi, nozioni e procedure, costruendo un legame tra il nostro passato e il nostro presente: attraverso la memoria riproduciamo nella mente la nostra esperienza passata e la integriamo con il vissuto presente. Proprio per questo motivo la memoria è una funzione così importante per noi: essa infatti ci restituisce un senso di identità, coerenza e unicità.

L’esperienza reale consiste in un flusso continuo di stimoli percettivi: ogni giorno, in ogni momento, siamo circondati da stimoli provenienti dall’ambiente che colpiscono i nostri cinque organi di senso (vista, udito, olfatto, gusto, tatto). Questi costituiscono la nostra finestra verso il mondo.
Il nostro cervello per prima cosa funge da filtro: seleziona cioè gli stimoli rilevanti e “nasconde” gli altri. Pensiamo ad esempio quando siamo in mezzo alla strada alla ricerca di un taxi: la nostra attenzione sarà focalizzata a cercare solo le macchine di un certo colore (o quelle con la spia accesa) e contemporaneamente a rendere meno salienti altre tipologie di stimoli che in quel momento non ci servono. Solo in questo modo la ricerca è efficace… se fossimo distratti da tutti gli altri stimoli (suoni, odori, sensazioni fisiche, ecc.) la ricerca del taxi sarebbe quasi impossibile.

Anche nel processo di memorizzazione il cervello per prima cosa seleziona gli stimoli più rilevanti: quando ad esempio ci presentiamo a una persona nuova, il nostro cervello immagazzinerà numerose informazioni rilevanti (il suo volto, il suo nome, il suo comportamento, il motivo per il quale la conosciamo ecc.) e lascerà in secondo piano quelle meno salienti (per esempio la voce, la forma delle mani, parti della conversazione poco rilevanti). Mentre il cervello codifica le informazioni rilevanti, struttura l’esperienza in unità che possono essere comprese e ricordate, creando così segmenti significativi della nostra vita.

Ci capita continuamente di apprendere nuove informazioni talvolta anche involontariamente: può essere, ad esempio, che si renda necessario imparare il percorso verso una nuova destinazione da raggiungere in auto. In questo caso, dovremmo prenderci del tempo per imparare i nomi delle strade da percorrere e degli svincoli da prendere, quindi il nostro apprendimento sarebbe di tipo intenzionale. Potrebbe invece accadere che un pendolare, dopo qualche mese di viaggio in treno da casa verso il lavoro, abbia imparato i nomi delle stazioni che incontra lungo il percorso, sebbene non sia di suo interesse saperlo, semplicemente poiché vi è stato esposto ogni giorno; in questo caso, perciò, l’apprendimento sarebbe di tipo incidentale. In entrambi i casi, all’interno del nostro cervello si sarà creato un nuovo ricordo.

Come detto in precedenza, la memoria, costituendo un “ponte” tra il nostro passato e il nostro presente, ci restituisce un senso di coerenza e di identità, ed è questa la sua prima funzione per l’individuo; ma c’è dell’altro.
Immaginate che cosa accadrebbe se improvvisamente le persone si dimenticassero con quale colore possono passare al semaforo, o che i detersivi non sono ingeribili perché sono potenzialmente tossici, o ancora che un fornello acceso può bruciarci. Tutte queste conoscenze, che per noi oggi sono scontate, sono il frutto di apprendimenti che si sono verificati lungo tutto il corso della nostra vita e che si sono trasformati in conoscenze sedimentate nella nostra memoria. Un bambino piccolo non è a conoscenza di ciò che può accadere ad esempio avvicinando le dita ad una presa elettrica; eppure, una volta appresa questa informazione e i rischi ad essa correlati, non replicherà quel comportamento pericoloso. Questo perché fin dalla prima infanzia ciascuno di noi impara e memorizza una serie di concetti, norme di comportamento, regole, abitudini che gli saranno utili per il resto della vita; ciascuno di noi ha imparato e memorizzato conoscenze, nozioni e procedure che ogni giorno applica, talvolta in modo automatico, e che gli permettono di vivere e interagire con la società. Un bambino che per la prima volta tocca un fornello acceso e si scotta, impara e memorizza l’associazione tra gesto e conseguenza, ed eviterà di riproporre questo comportamento, imparando dai propri errori. In tal senso, la memoria svolge un ruolo protettivo della nostra integrità psicofisica e della nostra sopravvivenza. Queste conoscenze possono essere anche molto complesse e tuttavia così saldamente apprese da sembrare “naturali”: immaginiamo per esempio la rete di regole e procedure che ci permettono di interagire con gli altri; sappiamo che alzare la voce indurrà paura o sottomissione nella persona che ci sta davanti; al contrario un sorriso comporterà nell’altro una tendenza alla fiducia e all’apertura verso di noi, e via così.

Da un punto di vista filogenetico, la memoria ha protetto lo sviluppo e l’evoluzione di tutte le specie presenti sulla terra salvaguardandone la sopravvivenza. Si pensi a degli scimpanzé che spostandosi all’interno del loro habitat imparano a riconoscere le tracce di un possibile predatore, o a dei piccoli roditori che sanno distinguere un cibo tossico da uno edibile. Queste abilità, apprese da ciascuna specie attraverso complessi processi evolutivi di lunga durata, sono state trasmesse di generazione in generazione, costituendo una sorta di “memoria di gruppo” della specie.

Nondimeno, non si deve trascurare l’estrema importanza della memoria collettiva degli esseri umani, definita come “l’insieme dei ricordi, più o meno consci, di un’esperienza vissuta o mitizzata da una collettività vivente della cui identità fa parte integrante il sentimento del passato”. Guardando indietro alla storia dell’uomo, vi sono eventi che, seppure passati, rimangono indelebili nell’immaginario anche di chi non era fisicamente presente, per la loro tragicità e per il forte impatto emotivo che ancora suscitano. La memoria storica di una comunità, di una nazione e del mondo intero riveste un ruolo fondamentale nel riconoscere situazioni viste in precedenza e quindi nell’evitare di compiere di nuovo gli stessi errori.

… Quindi è meglio non dimenticare mai nulla? Il caso di S.
Solomon Shereshevsky, conosciuto poi come S. o “l’uomo che non dimenticava nulla”, era un giovane giornalista russo quando bussò alla porta dello psicologo Alexsandr Luria, negli anni Venti dello scorso secolo riportando una caratteristica unica: Shereshevsky possedeva una capacità mnestica fuori dalla norma al punto che lo stesso Luria non ne scoprì mai un limite. Da quel giorno, fu oggetto di 30 anni di studi sulla sua memoria. Shereshevsky era in grado di ricordare elenchi da 70 parole lette dall’esaminatore e di rievocarle anche nell’ordine opposto e in qualsiasi ordine, nonché di ricordarle anche a distanza di anni; allo stesso modo, quando gli veniva mostrata una tavola di 50 numeri, era perfettamente in grado di riportare i numeri di una singola riga, di una singola colonna, o quelli posizionati lungo la diagonale. Questo perché non doveva fare altro che rievocare l’immagine visiva della tavola, come se ce l’avesse davanti agli occhi e la stesse leggendo; il suo cervello manteneva una vivida immagine delle cose che vedeva. Oltre a questa incredibile memoria fotografica, Shereshevsky era affetto da una potente forma di sinestesia, un fenomeno per il quale stimoli sensoriali evocano sensazioni solitamente associate a stimoli provenienti da altri canali sensoriali: ad esempio, quando udiva un suono, oltre ad udirlo egli vedeva chiazze di luce colorata o percepiva un particolare gusto in bocca. Si pensa che la risposta multimodale a input sensoriali potrebbe aver facilitato i processi di memorizzazione, consolidando tracce di memoria in modo particolarmente stabile e duraturo. Abbandonata la professione di giornalista, Shereshevsky divenne uno showman professionista, un mnemonista: egli si esibiva in pubblico cercando sempre di stupire i suoi spettatori.
Tuttavia, questa incredibile capacità di memoria non fu esente da conseguenze negative: innanzitutto, le complesse sensazioni evocate dagli stimoli interferivano con la sua capacità di integrare e ricordare cose più complesse. Ad esempio, egli aveva difficoltà a riconoscere i volti, poiché ogni volta che l’espressione di una persona cambiava, egli “vedeva” (a causa della sinestesia) anche cambiamenti di luci e ombre che confondevano la percezione. Inoltre, non era molto bravo a seguire una storia che gli veniva letta: anziché ignorare le parole esatte e porre attenzione al contenuto, come fa la maggior parte di noi, Shereshevsky era schiacciato da un’esplosione di risposte sensoriali, costantemente bombardato dalle immagini visive evocate da ciascuna parola e dai suoni e le immagini evocate dal tono di voce della persona che leggeva la storia. In altre parole il suo cervello non era in grado di assolvere al primo compito: fungere da filtro, selezionando le informazioni rilevanti in ciascuna situazione.
Infine, la sua incapacità di dimenticare nel lungo periodo lo portò a confondersi e ad abbandonare la carriera di mnemonista: quando chiedeva ai suoi spettatori di scrivere sulla lavagna gli elementi che poi avrebbe dovuto rievocare, non poteva impedirsi di ricordare tutti gli elementi che erano stati precedentemente scritti lì sopra. Gli era necessario un imponente sforzo attentivo per lasciare che gli stimoli con cui veniva a contatto gli scivolassero addosso e quindi per dimenticarli; era come se lo sforzo che molti di noi fanno per ricordare e la facilità con cui dimentichiamo, per Shereshevsky fossero rovesciati.

Come si fissano i ricordi all’interno della nostra memoria?
Un ricordo è un’entità unitaria localizzata in un’area specifica?
Perché alcuni ricordi sono più “forti” di altri?

…Esistono dei “trucchi” per memorizzare meglio? Le mnemotecniche
Nel 1981 Rajan Mahadevan ha conquistato un posto nel Guinness dei primati per aver ripetuto a memoria le prime 31.811 cifre del pi greco. Come ci è riuscito? A quanto lui stesso afferma, fin da bambino era molto bravo a ricordare i numeri delle targhe delle automobili, di molte targhe; da adulto decise di sfidare la propria memoria imparando quante più cifre decimali del pi greco. Per riuscire a ricordarne così tante, si è servito di un metodo che consiste nell’ abbinare alle singole cifre le posizioni di una matrice immaginaria, localizzando perciò i numeri in posizioni specifiche all’interno di una griglia mentale. Questo “trucchetto” è una delle molteplici possibili mnemotecniche, cioè strategie che si possono utilizzare per memorizzare più efficacemente delle informazioni; nel caso di Rajan, una sequenza di oltre 30.000 numeri.
Esistono diverse tipologie di mnemotecniche, la cui efficacia varia in base alle preferenze individuali e al materiale da ricordare. Shereshevsky, di cui abbiamo parlato in precedenza, durante la sua carriera di mnemonista unì alle sue capacità innate alcuni “trucchi”, in particolare si servì di quella che oggi chiamiamo mnemotecnica dei loci. Mentre veniva letta la lista di elementi da ricordare, Shereshevsky immaginava di camminare nella città in cui abitava, lungo vie ben conosciute; quando gli veniva fornito un elemento, egli metteva l’immagine da esso evocata lungo il cammino, ad esempio il primo elemento nella cassetta delle lettere, il secondo nel cespuglio di fronte casa, e via così. In seguito, per richiamare tutti gli elementi, non doveva fare altro che ripercorrere mentalmente il tragitto recuperando gli elementi che vi aveva lasciato. Forse qualcuno di noi utilizza la stessa tecnica quando va a fare la spesa: stilando la lista degli alimenti da comprare, è probabile che ripercorra mentalmente le corsie del supermercato nel tentativo di non dimenticarsi nulla. In questo modo, magari, saprà che entrando si troverà subito di fronte il reparto di frutta e verdura, poi passerà ai latticini, e infine, appena prima delle casse, si troverà nel reparto surgelati; mentalmente, avrà “posizionato” la sua lista lungo gli scaffali del supermercato, e procedendo in ordine avrà meno difficoltà a ricordarsela.

Le informazioni che più spesso quotidianamente richiamiamo alla memoria sono del tipo: “Dove ho messo le chiavi?”, “Che autobus devo prendere per andare al lavoro?”, o “Avrò spento la luce prima di uscire di casa?”. Ma quando ci volgiamo indietro a guardare la nostra vita, non è questo il tipo di eventi di cui ci ricordiamo. Ricordiamo il primo bacio, il compagno di scuola che ci prendeva in giro, la nascita di un figlio o di un nipotino, o l’aver sentito di un terribile incidente.

Gli eventi il cui ricordo dura nel tempo sono quelli carichi di emozioni: il fatto che i ricordi siano intrecciati con emozioni forti (sia positive che negative) li rendono più vividi e persistenti.
Numerosi studi condotti sia su animali sia su esseri umani hanno dimostrato che un’attivazione emotiva può influenzare la capacità di immagazzinare le memorie, alterando la velocità con cui dimentichiamo. In altre parole, un evento che ha suscitato in noi una forte risposta emotiva verrà dimenticato meno rapidamente rispetto a un evento emotivamente “neutro”. Se ci presentassero cento immagini di cui la metà “emozionalmente neutre” (foto di paesaggi, di animali, di cibi deliziosi) e l’altra metà “emozionalmente cariche” (ad esempio foto di animali minacciosi, incidenti stradali, mutilazioni) in ordine casuale, è molto probabile che ricorderemmo un numero maggiore di immagini del secondo tipo, proprio perché il forte impatto emotivo consoliderebbe i nostri ricordi.

Sebbene valga per i ricordi connotati da qualunque emozione, positiva o negativa, questo fenomeno si verifica soprattutto nel caso di ricordi connotati da una sensazione di paura. I ricordi associati alla paura possono formarsi rapidamente e persistere a lungo: a ciascuno di noi è capitato un episodio in cui si è avvertita una forte sensazione di paura, e verosimilmente se ci chiedessero di raccontarlo saremmo in grado di riportarlo se non perfettamente, certamente in modo accurato. Nel nostro cervello i ricordi di situazioni che ci hanno spaventato sono più resistenti al decadimento. Questo ha un forte valore adattivo: infatti la paura è l’emozione associata al pericolo e ricordare eventi potenzialmente pericolosi ci permette di evitare quelle situazioni nel caso si ripresentino nuovamente. Anche in questo caso, quindi, la memoria ci protegge da ciò che in qualche modo ci ha danneggiati in precedenza.

…Colpevole o innocente? Il cervello non mente mai, o quasi
Negli ultimi vent’anni nell’ambito delle neuroscienze forensi sono stati sviluppati prototipi di strumenti atti a verificare, tramite l’analisi di diversi indicatori, se un imputato mente o dice la verità. In particolare, è stata sviluppata una recente tecnica denominata brain fingerprinting (letteralmente, “impronte digitali cerebrali”) basata su una specifica onda cerebrale, chiamata P300, che si verifica nel cervello ogni qualvolta ci troviamo di fronte ad un’informazione che riconosciamo come familiare, cioè che abbiamo memorizzato. Ad esempio: se fossimo collegati ad un elettroencefalogramma e sfogliassimo delle foto di persone sconosciute, se improvvisamente ci capitasse tra le mani la foto dei nostri genitori, il macchinario registrerebbe questo picco; questo perché il nostro cervello ha riconosciuto quell’immagine come qualcosa che ha già visto, che fa parte della nostra memoria. Non è difficile immaginare quante potenzialità possieda questa tecnica in ambito giuridico: pensate a un sospettato di omicidio, la cui colpevolezza non può essere provata in alcun modo se non tramite una confessione, che tuttavia lui rifiuta di dare. Basterebbe mostrargli le foto della scena del delitto, dell’arma utilizzata o di qualche dettaglio che solamente l’assassino potrebbe conoscere, e verificare tramite l’elettroencefalogramma la presenza della P300: se venisse registrata quest’onda cerebrale, significherebbe che il sospettato ha già visto in precedenza quelle scene, le ricorda, e perciò sarebbe molto probabilmente colpevole.
Ma siamo davvero sicuri che il cervello non menta mai? Un recente studio si è occupato di verificare come le emozioni influenzino proprio questa specifica onda cerebrale legata ai nostri ricordi. Dai risultati sembrerebbe che la presenza di questa onda anomala sia in grado di dimostrare se il soggetto stia mentendo o stia dicendo la verità solo nel caso si tratti di frasi “emozionalmente neutre”: quando un individuo parla di qualcosa di emotivamente pregnante, sia che stia mentendo, sia che stia dicendo la verità, non si registrano differenze nella P300, ed è quindi impossibile distinguere tra verità e bugia. Se ne potrebbe dedurre che lo stato emotivo in cui versa il soggetto al momento del test brain fingerprinting impatta in modo considerevole sulla possibilità di stabilire se ciò che gli è mostrato è qualcosa a lui familiare oppure no, qualcosa che ricorda oppure qualcosa di totalmente nuovo. L’attendibilità del ricordo è quindi influenzata dallo stato emotivo dell’individuo, problematica spesso affrontata anche quando si tratta di testimonianza oculare.

Provate a pensare ai tempi della scuola: quali ricordi vi vengono in mente? Potreste ricordarvi il nome dell’istituto, dove si trovava e il percorso che seguivate per arrivarci; oppure potrebbe tornarvi alla mente il nome del vostro compagno di banco o quello della vostra professoressa preferita, o magari avete un vivido ricordo di un’interrogazione andata male; o ancora, potreste ricordare un argomento che vi ha particolarmente affascinato, una poesia imparata a memoria, una data storica o la formula per calcolare l’area del quadrato. Tutte queste informazioni appartengono a diversi domini della memoria, cioè sono sedimentate in diversi “magazzini”, ciascuno dei quali raccoglie una specifica tipologia di ricordi.

Innanzitutto si classifica la memoria in base alla durata della permanenza del ricordo, distinguendo memoria a breve termine e memoria a lungo termine.

La MEMORIA A BREVE TERMINE ci permette di tenere a mente poche informazioni per un tempo limitato, diciamo qualche secondo. È quella ad esempio che ci permette di tenere a mente un numero di telefono per i secondi necessari a procurarci un foglietto su cui annotarlo; se tuttavia, non dovessimo trovare nulla su cui appuntarlo entro pochi secondi, finiremmo per dimenticarcelo. La durata della memoria a breve termine dipende molto dalla possibilità che abbiamo di ripeterci mentalmente l’informazione ricevuta (come nel caso del numero di telefono) ma anche dall’attenzione che stiamo prestando al messaggio: quando ci presentiamo a uno sconosciuto non è raro dimenticarsi istantaneamente il suo nome, nonostante ce lo abbia appena detto; questo perché magari, mentre lo pronunciava, siamo stati distratti dal suo taglio di capelli, da un profumo o dall’interferenza di altri fattori provenienti dall’ambiente circostante.

Una volta che l’informazione viene consolidata entra a far parte della MEMORIA A LUNGO TERMINE, che appunto comprende i ricordi più stabili e duraturi, e che si distingue in diverse tipologie a seconda della natura del ricordo.

I fatti e gli eventi avvenuti in un preciso momento, comprese le emozioni che ne sono suscitate (ad esempio, il ricordo di quanto avvenuto l’11 settembre negli Stati Uniti) sono sedimentati nella memoria episodica. Non è raro che si ricordi il giorno in cui ha appreso la notizia dell’attentato alle Torri Gemelle, e in particolare si potrebbero ricordare le circostanze dell’evento: una persona potrebbe avere un ricordo nitido di ciò che stava facendo, delle persone che erano con lei in quel momento, del canale attraverso il quale ha appreso la notizia e delle emozioni che ha provato.

I nostri ricordi più personali, invece, quelli che riguardano gli eventi della nostra vita privata e che quindi possiedono una forte connotazione emotiva (come il giorno del matrimonio, la nascita di un figlio o la scomparsa di una persona cara) fanno parte della memoria autobiografica. Nel precedente esempio dei ricordi legati alla scuola, ad esempio, potrebbero far parte della memoria autobiografica il ricordo di una lite con un compagno di classe o quella volta che la professoressa ci ha colti completamente impreparati e abbiamo provato vergogna.

Tutte le conoscenze enciclopediche e linguistiche, le nozioni che abbiamo appreso nel tempo, ad esempio quelle imparate a scuola, invece, fanno parte della memoria semantica: ci ricordiamo qual è la capitale della Francia o che per bere del the caldo è meglio prendere una tazza e non un bicchiere, ma è molto difficile che ci ricordiamo dove l’abbiamo imparato o chi ce lo ha insegnato.

Un tipo particolare di memoria è la memoria prospettica ossia “la memoria del futuro”: essa consiste nella capacità di ricordare intenzioni future che erano state programmate precedentemente, ad esempio ricordarsi di andare a fare una visita specialistica in un certo giorno e ad una certa ora. La memoria prospettica comprende due aspetti, il contenuto da ricordare (ad esempio, portare con sé la tessera sanitaria alla visita medica programmata) e il richiamo dello stesso in un preciso momento (la mattina della visita, ricordarsi di prendere la tessera sanitaria). È abbastanza intuitivo che maggiore è l’intervallo di ritenzione, cioè il tempo che intercorre tra il momento in cui abbiamo fissato l’appuntamento e il giorno in cui si dovrebbe verificare, maggiori sono le probabilità di dimenticarci qualche dettaglio.
Infine esiste un tipo di memoria che ci permette di ricordare come svolgere delle azioni complesse, come guidare o andare in bicicletta: queste attività sono state apprese e svolte ripetutamente fino a diventare quasi automatizzate, e per questo sono immagazzinate nella memoria implicita o procedurale.

Con il passare degli anni, la nostra esperienza del mondo si arricchisce rendendoci più esperti conoscitori di ciò che ci circonda; tutto quello che abbiamo vissuto e affrontato ha ampliato il nostro bagaglio di conoscenze, permettendoci di sviluppare maggiore efficienza e saggezza nel gestire le situazioni che l’ambiente ci propone. In ambito professionale, gli anni di lavoro ci hanno dato una maggiore expertise, intesa come una migliore competenza nell’affrontare i compiti richiesti dalle nostre mansioni, nonché nell’affrontare efficacemente eventuali imprevisti. L’età matura e anziana è rivestita di un principio d’autorità che le viene da anni di esperienza: per dirla come Cicerone, non si corre più su e giù per i ponti della nave armeggiando con le vele, ma si diventa timonieri, conduttori, una guida.
Inoltre il nostro esame di realtà migliora: siamo più consapevoli di ciò che ci circonda, valutiamo con maggiore accuratezza le possibili conseguenze delle nostre azioni, interpretiamo più precisamente gli eventi che accadono e possediamo una più approfondita conoscenza di noi stessi. Ciò significa che siamo in grado di esercitare un maggiore controllo sulle nostre emozioni e che la nostra capacità di giudizio migliora: è più facile prendere decisioni ponderate, la nostra riflessività aumenta e siamo meno precipitosi e avventati sia nelle scelte sia nelle reazioni agli accadimenti. Tutte le esperienze, dirette e indirette, che negli anni abbiamo affrontato ci hanno permesso di incrementare la nostra capacità di comprensione e di interpretazione delle interazioni sociali, permettendoci di sviluppare una maggiore saggezza nelle relazioni. A tutto questo, si aggiungono i nuovi compiti dell’età matura, primo tra tutti quello di tramandare i saperi: insegnare alle nuove generazioni, trasmettere informazioni, nozioni, esperienze, formare e istruire i giovani, condividere il proprio sapere, diventa un compito non scritto di questa nuova età, la “missione più nobile” secondo gli antichi.
Uno dei maggiori studiosi dell’invecchiamento, Paul Baltes, ha elaborato il Modello “SOC” –acronimo che sta per Selezione, Ottimizzazione e Compensazione– per spiegare come sia possibile (e auspicabile) per ciascuno di noi un invecchiamento positivo. Nella terza età, la quantità di abilità e di attività si riduce, rendendo perciò necessario un processo di selezione: non si ha più la stessa energia di quando si era ragazzi, perciò bisogna selezionare le attività che più ci interessano e che riteniamo fondamentale portare avanti. Avendo ristretto la gamma di occupazioni, possiamo ottimizzare il nostro impegno e la nostra competenza, incrementando le nostre abilità in modo che compensino le perdite, cioè che controbilancino il fatto di aver dovuto rinunciare, nel processo di selezione, a qualcuna delle attività abituali.

Come in ogni fase della vita, tuttavia, lo scorrere del tempo comporta anche aspetti meno positivi. Tutto il corpo subisce dei cambiamenti dovuti all’invecchiamento, seppure con un’ampia variabilità da individuo a individuo; qualcuno può aver bisogno di portare gli occhiali, qualcun altro di servirsi di presidi acustici, qualcun altro ancora può sentirsi affaticato nell’eseguire attività fisica.

Allo stesso modo, anche il cervello si modifica, e così le sue funzioni; può succedere che i riflessi rallentino o che diminuisca la capacità di “attenzione sostenuta”, rendendo più faticosa la lettura prolungata di un libro o la visione di un film.

La memoria non è esente da questi mutamenti: possono comparire dimenticanze, difficoltà a ricordare nomi di oggetti o di persone conosciute recentemente (le cosiddette anomie), smemoratezza; può accadere, ad esempio, di dimenticarsi di un appuntamento preso in precedenza, o di uscire di casa senza ricordarsi di prendere le chiavi, oppure di dimenticare dove abbiamo riposto un oggetto in casa. Può succedere anche che l’apprendimento di nuove informazioni risulti più difficoltoso, richiedendo più tempo per un consolidamento efficace.
Anche la memoria, quindi, risente del naturale processo dell’invecchiamento, con velocità e forme molto diverse da individuo a individuo.

Quindi la nostra memoria è destinata è peggiorare sempre di più? I nostri ricordi andranno inesorabilmente incontro a un deterioramento e finiremo irrimediabilmente per perderli?
Non è detto!
Il nostro cervello è un organo incredibilmente plastico, cioè capace di adattarsi alle continue richieste dell’ambiente, e grazie al processo di neurogenesi, nuovi neuroni nascono e si ramificano continuamente, per tutto il corso della vita, soprattutto se si vive in un ambiente stimolante.
Perciò è fondamentale tenere allenato il nostro cervello, così come facciamo con il nostro corpo.

Tenere allenata la memoria
Esattamente come i muscoli, la memoria può essere allenata: tenersi aggiornati sugli eventi che si verificano nella nostra vita (o in quella delle persone a noi care come parenti e amici) e nel mondo aiuta a prevenire l’invecchiamento. Allo stesso modo, è molto utile mantenere la mente attiva con “esercizi” come la lettura o le parole crociate. Anche dedicarsi all’acquisizione di nuove abilità aiuta ad allenare il nostro cervello: ad esempio, imparare una nuova lingua o a suonare uno strumento, approfondire la nostra competenza nell’uso del computer, e, perché no?, anche imparare a giocare ai videogame, fa sì che il cervello si adatti a nuove dinamiche situazioni, sviluppando strategie di apprendimento che vengono generalizzate negli altri contesti e migliorano la qualità della nostra memoria di tutti i giorni.

Fare movimento
Numerose ricerche hanno mostrato gli effetti benefici dell’attività fisica sul cervello: praticare regolare attività fisica, sia aerobica (come la corsa) sia anaerobica (come lo stretching o gli esercizi in palestra) aumenta l’efficienza delle nostre connessioni neuronali, protegge il cervello dallo stress e favorisce la neurogenesi, cioè la formazione di nuovi neuroni. Inoltre l’attività fisica protegge da disturbi del sistema cardiocircolatorio, che rappresentano un fattore di rischio per lo sviluppo delle malattie neurodegenerative. In particolare, uno studio ha evidenziato come ballare abbia effetti positivi a numerosi livelli: la danza, oltre che possedere le qualità dell’attività fisica, migliorerebbe anche la postura, l’equilibrio e i tempi di reazione. Inoltre, offre una combinazione unica di movimento, funzioni cognitive (come coordinazione e senso del ritmo) e socialità, che per il corpo si traducono in un completo engagement fisico, sociale, cognitivo e sensomotorio. Anche le arti marziali (come il kung fu o il judo) e il tai chi conducono a miglioramenti nella postura, nell’attenzione visuo-spaziale, nell’acuità visiva.

Nutrirsi bene
Anche in questo caso, ciò che vale per i nostri muscoli e i nostri organi vale anche per il nostro cervello: un cervello ben nutrito, attraverso una dieta sana ed equilibrata, prepara ad un invecchiamento vitale. Alcuni studi hanno individuato nella dieta mediterranea dei nutrienti che sembrano essere associati a un declino cognitivo più lento: una dieta a prevalenza di grassi insaturi (come quelli contenuti nel salmone e nel tonno, ma anche nell’olio di oliva), alto apporto di vegetali, cereali, legumi e frutta secca sembra essere protettiva rispetto ai fenomeni di neurodegenerazione, così come un ridotto apporto di carne, latticini, farine raffinate e zuccheri. Studi condotti in popolazioni nordiche, quindi non avvezze alla dieta mediterranea, confermano l’importanza di un’alimentazione basata su pesce, verdure, oli vegetali e cereali.

Stare con gli altri fa bene!
Mantenere relazioni sociali è un bisogno innato di tutti gli individui; creare e mantenere legami sociali sani protegge la salute, ed è associato ad un’aspettativa di vita più lunga, a una migliore qualità della vita e ad una minore incidenza di malattie neurologiche. Attività semplici e quotidiane, come partecipare ad attività di gruppo, chiacchierare, trovarsi con i familiari, ma anche andare al ristorante e fare piccoli viaggi aiuta a mantenere una vita sociale attiva, migliora le abilità di memoria episodica e semantica, la velocità di reazione e percezione e le abilità visuo-spaziali, contribuendo a prevenire i disturbi neurologici.

Controlli periodici
Tenere monitorato il proprio stato di salute è la strategia migliore per accedere a cure preventive precoci, sia per quanto riguarda le patologie fisiche, sia per ciò che riguarda il nostro stato mentale. Come per le altre malattie, quindi, sottoporsi a visite neurologiche periodiche aiuta a prevenire l’insorgenza di disturbi e consente l’accesso precoce a cure e trattamenti.

IL PROGETTO

Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha sollevato il problema di una diagnosi precoce delle malattie neurodegenerative, specificando che sia gli interventi farmacologici che quelli non farmacologici hanno efficacia massima se somministrati nelle fasi iniziali di malattia o addirittura in fase prodromica. A questo riguardo, si noti che il nuovo Piano Nazionale per le Demenze ha posto l’attenzione sul tema della prevenzione specificamente per quelle condizioni per le quali ancora non è prevista una cura, prima tra tutte la Malattia di Alzheimer; successivamente ha individuato la necessità di poter disporre di “processi e strumenti utili per l’identificazione della popolazione target al fine di implementare un modello di gestione integrata per malattie croniche quali le demenze”.

Nell’ambito di un programma medico-assistenziale che vede la prevenzione come una strategia fondamentale è abbastanza evidente cogliere la distanza in essere tra i cittadini potenzialmente beneficiari di un intervento sanitario e i Centri Clinici del territorio che si occupano della diagnosi delle patologie neurodegenerative. Questo fenomeno è dovuto principalmente a tre cause.

In primo luogo, al contrario di quanto accade per le patologie di ambito oncologico, cardiologico o delle malattie dismetaboliche, non esiste ancora una diffusa cultura della prevenzione in ambito neurologico. Se, infatti, sono frequenti comportamenti preventivi nell’ambito ad esempio dei tumori o dei disturbi cardiaci, la stessa cosa non si può dire dei disturbi neurologici. È abitudine diffusa (per fortuna!) sottoporsi a visite con medici specialistici, esami del sangue e controlli regolari nell’ottica della prevenzione delle malattie sopracitate; la stessa attenzione, tuttavia, non viene riservata alle patologie che coinvolgono il cervello. Inoltre, i comportamenti preventivi dell’insorgenza di patologie cardiovascolari o oncologiche (come seguire una dieta sana, smettere di fumare, fare regolare attività fisica) sono ampiamenti conosciuti; al contrario, sono poco conosciuti dalla popolazione i fattori influenti e modificabili, quali comportamenti e stili di vita, che possono essere protettivi per lo sviluppo delle malattie neurodegenerative. Quest’ultime vengono percepite ancora oggi come condizioni poco prevenibili e curabili. Se è vero che nei decenni scorsi la ricerca di base non è riuscita a individuare molecole efficaci per la loro cura, è vero anche che negli ultimi anni per alcune malattie neurodegenerative, come nella Malattia di Alzheimer, abbiamo assistito all’avvento di farmaci sperimentali ma già in uso nell’uomo molto promettenti, soprattutto se assunti nelle fasi precoci della malattia. Sono inoltre stati identificati precisi fattori di rischio (ad esempio, l’età avanzata, la storia familiare, pregressi traumi cranici, stili di vita e varie condizioni di danni a carico dei vasi sanguigni) e fattori protettivi verso queste patologie (ad esempio, praticare attività fisica e mantenere una vita stimolante sia da un punto di vista cognitivo che sociale).

Un secondo punto è rappresentato da una caratteristica intrinseca della malattia neurodegenerativa, ossia l’esordio “subdolo e insidioso”. È opinione comune che la perdita di memoria, che si manifesta magari con piccole dimenticanze o anomie, sia un evento normale nei soggetti sopra i 65 anni, un fenomeno naturale dovuto all’invecchiamento; questa idea tuttavia può rilevarsi fuorviante, portando spesso a un ritardo nel riconoscere il disturbo come benigno o possibile precursore di un deficit cognitivo più grave. Nella Malattia di Alzheimer, ad esempio, i primi sintomi si manifestano tipicamente come lievi e sporadiche dimenticanze e la loro progressione, soprattutto nelle prime fasi, è lenta. Per questo motivo, i sintomi vengono sottovalutati dai soggetti che li presentano poiché interpretati come fisiologici cambiamenti legati all’età e talora possono non essere nemmeno colti dai familiari.

Il terzo motivo è di natura prettamente psicologica e va ricercato nel pensiero comune che porta a rappresentarsi le malattie neurodegenerative come patologie che comportano due degli effetti che più spaventano la popolazione anziana: la perdita di autonomia e la disgregazione dell’identità (strettamente collegata alla perdita di memoria). Rispetto ad altre patologie, infatti, le malattie neurodegenerative rappresentano un grande tabù per gli individui, che accettano più facilmente l’eventualità, ad esempio, di avere disturbi dell’udito, piuttosto che riconoscere difficoltà nelle funzioni cognitive. Per questo motivo non è raro che i soggetti, più o meno consapevolmente, mettano in atto strategie comportamentali di evitamento allo scopo di sottrarsi dall’esposizione dell’evento temuto, ossia di contrarre l’eventuale esordio della malattia; potrebbero, ad esempio, non riferire l’eventuale disturbo, negarlo quando gli viene fatto notare o evitare di sottoporsi ad accertamenti clinici.

Per queste ragioni, e forse anche per altre ad esse connesse (i.e. scarsa informazione sul tema, assenza di una capillarità territoriale per la prevenzione neurologica, ecc.), spesso accade che quando il soggetto con disturbi di memoria decide o è avviato a una visita dal medico specialista (tipicamente il neurologo), siano trascorsi circa due anni dall’esordio dei primi sintomi.

Memory è un progetto di Need Institute in collaborazione con il Centro di Ricerca EngageMinds Hub dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano che mira primariamente a promuovere un coinvolgimento attivo dell’individuo con iniziali disturbi della memoria, finalizzato a incrementare la consapevolezza individuale circa la natura delle funzioni mnestiche e ad aumentare la sensibilità dei soggetti nell’individuazione dei sintomi precoci di un disturbo di memoria.

Il progetto si propone inoltre la creazione di un network operativo che metta in collegamento il cittadino, i Medici di Medicina Generale, i medici specialisti e le cliniche specializzate nella diagnosi e nella cura delle patologie dementigene in un’ottica di promozione della prevenzione.

In particolare il progetto si propone i seguenti obiettivi specifici:

1. Promuovere un’azione educativa verso i soggetti anziani in termini di maggiore conoscenza del funzionamento della memoria, dei cambiamenti fisiologici cui va incontro il cervello con il passare del tempo, e degli interventi che possono essere messi in atto per mantenere una mente giovane e attiva. L’aumentata consapevolezza porterebbe infatti ad un ingaggio del soggetto nella cura della propria salute, attraverso lo sviluppo di competenze di gestione più attenta e consapevole della propria salute fisica e mentale.

2. Attivare per ciascun soggetto uno screening delle abilità mnesiche – la cui riduzione tipicamente rappresenta il sintomo d’esordio della maggior parte delle malattie neurodegenerative dementigene – attraverso la somministrazione di prove non cliniche, ma che permettono di rilevare eventuali deficit in fase prodromica, in modo che al soggetto sia consigliata una visita specialistica di approfondimento.

3. Proporre un modello operativo territoriale per la sensibilizzazione e la promozione dell’engagement dei soggetti anziani con iniziali disturbi di memoria, con la collaborazione dell’ATS metropolitana di Milano.

CHI SIAMO

Fondation for Cure and Rehabilitation of Neurological Diseases

Need (Neurological Expertise & Dedication) Institute ha come scopo principale la promozione della ricerca scientifica nel campo della cura e della riabilitazione delle malattie neurologiche.
Operando in tal senso, Need Institute mira a soddisfare il bisogno del paziente neurologico di beneficiarsi dei risultati della ricerca scientifica che possano favorire il miglioramento o la risoluzione del proprio stato di malattia.

FINALITÀ STATUTARIE
La Fondazione favorisce le attività di ricerca, di studio, di promozione coerenti con lo scopo sopraindicato perseguendo le seguenti finalità:

  • svolgere in prima persona o sostenere progetti e studi di ricerca clinica;
  • partecipare a bandi di ricerca;
  • svolgere attività di formazione, corsi e seminari attinenti, direttamente o indirettamente, ai settori d’interesse della Fondazione;
  • promuovere e organizzare manifestazioni, convegni, incontri, iniziative ed eventi idonei a favorire la visibilità della Fondazione, la diffusione delle sue finalità e la raccolta di fondi utili a sostenere i propri scopi;
  • stipulare convenzioni e contratti per l’affidamento a terzi di parte delle attività nonché dell’attuazione di studi specifici o consulenze;
  • erogare sovvenzioni, premi e borse di studio;
  • svolgere, in via accessoria o strumentale al perseguimento dei fini istituzionali, attività di commercializzazione anche attraverso la registrazione e la titolarità dei risultati della ricerca.

La Fondazione realizza il proprio scopo direttamente o attraverso la collaborazione con altre Fondazioni, Enti di Ricerca, Società, Istituti o Università che abbiano finalità di assistenza e studio dei malati neurologici.

MISSION
Need Institute, privilegiando l’interdisciplinarietà, focalizza la propria attenzione sulla Ricerca Traslazionale, favorendo un’approfondita caratterizzazione clinica e biomolecolare del malato neurologico e promuovendo un’attività di ricerca scientifica che miri a trasferire i risultati ottenuti in laboratorio nella pratica clinica.

Una parte importante dell’attività della Fondazione indirizza le proprie energie nello sviluppo di un modello operativo integrato interdisciplinare, finalizzato all’acquisizione dei dati bio-molecolari e clinici dei malati neurologici, affinché si possano ottenere informazioni utili al conseguimento di una maggior efficacia delle cure farmacologiche e riabilitative a essi rivolte.
Pertanto, tra i suoi scopi in ambito neurologico, Need Institute cerca di concretizzare un modello di rete costruito su un’interazione flessibile che faciliti la positiva influenza tra diversi attori appartenenti a differenti discipline, che siano medici, neurobiologi, psicologi o bioingegneri, per un’assistenza sanitaria basata sulla Medicina di Precisione.

D’altro canto, non meno importante è la partecipazione da parte di Need Institute ad azioni di supporto delle community di pazienti, incoraggiandoli a un engagement sul proprio stato di salute e sensibilizzandoli al mondo della ricerca. L’insieme di queste attività mira a promuovere il miglioramento dei servizi di cura e la presa in carico delle persone anziane con declino cognitivo e motorio, rispondendo ad indicazioni di sistema nazionali e regionali.

ESPERIENZE PROGETTUALI
Fin dalla sua recente costituzione, Need Institute ha fatto sì che la ricerca si aprisse a collaborazioni progettuali nazionali e internazionali con la partecipazione a call in ambiti innovativi sia socio-sanitari che tecnologici applicati alla neuroriabilitazione, quali serious gameing e virtual coaching. Quale esempio si riporta la collaborazione al progetto cofinanziato dalla Comunità Europea dal titolo “V-Care” sul Bando H2020 (Personalised coaching for well-being and care of people as they age. Topic identifier: SC1-PM-15-2017). Inoltre, Need Istitute opera in convenzioni per la ricerca scientifica con diversi Centri Clinici, tra i quali il Dipartimento di Scienze Neuroriabilitative di Casa Cura Policlinico in Milano, che supporta le attività cliniche di studio e monitoraggio con infrastrutture e laboratori.

Need Institute è inoltre impegnata in attività di divulgazione scientifica e formazione sul territorio, avendo supportato l’organizzazione, in questo primo anno di vita, di convegni quali la “Consensus Conference per il Patient Engament”, presso Regione Lombardia (supportando l’Università Cattolica) ed il Convegno sulla sperimentazione clinica in neurologia, presso la Casa di Cura del Policlinico.

Consumer and Health Engagement Research Center
Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

EngageMinds Hub Research Center è il primo centro di ricerca italiano dedicato allo studio, promozione e sensibilizzazione circa l’Engagement dei cittadini nella promozione e gestione dei processi di salute, prevenzione e cura.
In particolare il Centro è finalizzato a promuovere il dialogo e la collaborazione tra i diversi attori del Sistema Sanitario – cittadini, operatori sanitari, istituzioni, associazioni, industrie, università e centri di ricerca – al fine di sostenere l’innovazione culturale ed organizzativa in sanità (da qui il concetto di “HUB”) nella direzione di una migliore promozione del protagonismo delle persone nel loro percorso sanitario.

EngageMinds Hub è attivo in progetti di ricerca scientifica di base e applicati volti a promuovere la conoscenza e l’innovazione nell’area della medicina partecipativa, dell’Engagement e dell’adozione delle nuove tecnologie per la sanità.

Il Centro ha tra i suoi obiettivi primari quello di sviluppare e favorire l’applicazione di indicatori scientificamente validati per la valutazione dell’Engagement del cittadino/paziente, del suo caregiver e del professionista sanitario al fine di orientare la realizzazione di interventi assistenziali allineati con i bisogni e le priorità dei pazienti stessi e di valutarne l’efficacia. EngageMinds Hub promuove ed eroga percorsi formativi dedicati a cittadini, professionisti sanitari, associazioni di pazienti e decision makers al fine di promuovere conoscenze e competenze atte a favorire la promozione dell’Engagement e l’innovazione in sanità.

Infine EngageMinds Hub offre consulenza mirata per il cambiamento personale, professionale e organizzativo nello scenario della medicina partecipativa.

Il Centro nel 2017 ha coordinato, sotto la supervisione metodologica dell’Istituto Superiore di Sanità e in collaborazione con la DG Welfare Regione Lombardia, i lavori scientifici della Prima Conferenza di Consenso per il Patient Engagement al fine di definire raccomandazioni per la promozione del coinvolgimento attivo dei pazienti nella cronicità.

Per ogni ulteriore informazione
può contattarci all’indirizzo mail:
info@needinstitute.org

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